Gli scongiuri di Lascaux
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Capita a volte di stare in una stanza con finestre rivolte a sud o sudest in un mattino limpido di primavera o estate, quando la luce solare diretta investe la tenda bianca e da lì, sommandosi a quella azzurra del cielo, si spande su una parete dipinta di bianco. Verso il nostro sguardo la luce si riflette con il massimo grado del candore, la sua perfezione dopo un po’ potrebbe sembrarci eccessiva, e il piacere che ci dava all’inizio può saturarci. La perfezione fa pensare al paradiso, che esperti pensatori giudicano noioso, motivo per cui il suo opposto è stato creato e viene aggiornato di continuo, in forme sempre rinnovate per valorizzare le ultime invenzioni o scoperte. Ma se anche non dovessimo stancarcene, e non dovesse sembrarci immobilità definitiva e assenza di vita, quella perfezione potrebbe farci temere l’assuefazione qualora non la facessimo risaltare contro qualcosa di inferiore che ne rompa la continuità, e questo ci richiede una scelta che può essere un po’ imbarazzante. L’esitazione che ci provoca è simile a quella di colui che non osa rovinare per sempre il bianco perfetto di una tela con la prima, irreversibile, strisciata di colore, la stessa tela verniciata che potrebbe servire al suddetto scopo con la parete domestica. La parete rettangolare, dunque, che sta dentro la nostra scatola parallelepipeda in muratura con la sua rassicurante geometria e i suoi angoli retti come vuole la gravità terrestre e come saranno, quasi sicuro, quelli della cornice, la quale a sua volta servirà a stabilire un confine inequivocabile tra la perfezione eterna di quello sfondo e la tela che ne provoca una lieve perturbazione.
Così si tenta, quando ci si accinge a verniciare quella tela o quel pannello, di sporcare il meno possibile, di sottrarre al bianco, in ogni punto, solo il minimo indispensabile, come fa lo scultore col marmo in eccesso, e di lasciarvi il colore che l’occhio, più onestamente possibile, richiede, con uno sforzo che il risultato ripaga, forse, a pochi fortunati.